acmilan – Op-Ed, il diavolo non muore mai

La prima allo stadio per un ragazzino di undici anni rimane per sempre un ricordo indelebile. Il 28 marzo 2004 il Milan affronta il temibile Chievo Verona. Accompagnato dai miei genitori, Barbara e Mauro, e dal mio amico del cuore Domenico, prendiamo posto sugli spalti. L’atmosfera respirata all’interno di San Siro è da subito avvolgente: un turbinio di colori e bandiere rossonere fanno da sfondo al boato emesso dalla tifoseria nel momento dell’ingresso dei giocatori. In quella giornata primaverile sono presenti tutti gli ingredienti per vedere trionfare la squadra. Eppure accade qualcosa di imprevedibile: il tabellino, al termine del primo tempo, vede il Chievo condurre per due reti a zero.

Sono sotto shock e scombussolato, ma credo fortemente nella forza e nella classe dei giocatori rossoneri. Così assisto all’inizio della ripresa fiducioso che possa avvenire il ribaltone. E gli eventi sono fortemente positivi: Andrea Pirlo scaglia un siluro dalla trequarti campo che si deposita nel sette ed avvia la rimonta; ma è solo Andrij Shevchenko in pieno recupero, con un colpo di testa ravvicinato, a riacciuffare una partita che sembrava persa. Vibrazioni repentine e lacrime di gioia stavolta incontenibili fanno da corollario al termine di una partita finita in pareggio, ma dal sapore di vittoria, raggiunto con generosità e caparbietà. Da quel giorno l’amore per il Milan è cresciuto sempre più rafforzandosi, perché il Diavolo non va mai dato per morto prima che si celebri il suo funerale. 

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